Una testimonianza di depressione vissuta.

ruth-batke-abstract-art-emotions-depressionE’ depressa! queste due parole risuonavano con tutta la loro drammaticità nella stanza in cui il medico mi aveva visitato. Mi chiedevo cosa potesse significare per il mio futuro questa diagnosi. Sapevo che non se ne usciva facilmente e che le persone che ti stanno accanto si sarebbero stancate e presto ti avrebbero abbandonato. Uscii dallo studio dello psichiatra confusa, stordita, avrei voluto essere già a casa, nel mio letto, con i miei pensieri. Come ci ero finita in questa tristezza devastante? eppure avevo un lavoro ed una vita socialmente attiva. Amici, feste , gite e quant’altro una giovane di 24 anni potesse desiderare. Avevo improvvisamente perso la voglia di vivere, di liberarmi dall’abbraccio mortale del mio letto, di programmare la mia giornata. Abbandonai il lavoro senza un valido motivo. Smisi di frequentare gli amici che mi apparivano incapaci di capire cosa mi stesse succedendo.
Mi immergevo lentamente in un buio che mi toglieva ogni prospettiva futura. Passato e futuro sparivano dalla mia mente per lasciare il posto ad un gigante presente pieno di angoscia e di sofferenza, apparentemente senza via di uscita. Cominciavo a sentire un freddo nell’anima che si era col passare del tempo, trasferito anche al corpo. Me ne stavo rannicchiata sulla mia poltrona con la testa tra le ginocchia. Impaurita del mio malessere interno, paralizzata dall’incapacità di una pur piccola reazione.
I miei genitori apparivano preoccupati, il mio ragazzo cercava invano di porgermi una mano per farmi rialzare.
E ti senti lontana da tutti. La tua stessa fisicità ti è estranea e pesante da vivere. Non c’è corpo perché l’anima vaga al di fuori di esso e vuole abitare in uno spazio senza confini.
Il corpo diventa un ostacolo alla tua vita. Ti senti essenza che non si vuole sostanziare.
Col trascorrere dei mesi persi ogni riferimento temporale e tutti i contatti col mondo dei vivi, però andavo acquisendo una consapevolezza nuova: in quel corpo non ci volevo più abitare! Cominciai a smarrire il senso della mia identità e nasceva un conflitto interno che mi rendeva insostenibile l’esistenza. Come potevo comunicare agli altri che mi sentivo estranea nel mio corpo? Mi stavo derealizzando? E’ possibile questo o cominciavo a delirare?
Cominciai a pensare che la depressione derivasse da questo non conoscersi, o meglio non accettarsi per come si è fatti. In una parola non appartenersi. Come si può nel giro di poco tempo non conoscersi? Staccarsi da una realtà che non senti tua ma allo stesso tempo non avere nessun senso di una nuova appartenenza? Forse, più semplicemente, non conoscevo la dimensione in cui mi stavo trasferendo. Mi appariva tutto così confuso ed inafferrabile. Vivevo con un fastidioso mal di testa, compagno delle mie giornate senza tempo.
Questa condizione mi accompagnò per sei lunghi mesi della mia vita, duranti i quali, la mia progressiva dematerializzazione, mi aveva molto allontanata da ogni tipo di bisogno fisico.
Questa è una parte della non vita vissuta all’interno della depressione. E’ il periodo che la gente considera perso: senza lavoro o amici o telefonino o televisore. Priva di tutto, perfino della me precedente.
Mi sarei abituata a questa condizione o avrei avuto il coraggio di dire a me stessa ed al mondo intero in quale nuova dimensione corporea avrei voluto vivere? Dopo sei mesi di buio in quale nuovo mondo ero finita?
B.P.