Genitori e figli: quante fragilità!

Davanti al rapido mutamento dei propri figli, nel periodo adolescenziale, gli adulti  provano un senso di smarrimento.

Durante l’adolescenza, infatti, si verifica un processo di distacco dai genitori. E’ il passaggio evolutivo più delicato della crescita umana, in cui il ragazzo cerca di creare la propria identità affrancandosi dalle figure genitoriali, maturando un bisogno di indipendenza che spesso sfocia nella ribellione.

Un ruolo fondamentale lo acquisisce la figura dell’amico in cui ogni adolescente si identifica, un confidente, qualcuno che può comprendere pensieri e desideri meglio dei genitori che spesso  cercano di prolungare l’infanzia del proprio figlio, temendo di perderlo.

Ecco che la famiglia tende a stendere le proprie ali protettrici sul figlio, nascondendolo dai pericoli, dalle delusioni e i dolori della vita. Credo che sia proprio questo il problema, molti adulti sbagliano: un adolescente deve andare incontro a tutte le esperienze della vita, quelle  negative e positive, imparando a vivere con gli altri e nella società.

Non è affatto semplice accettare che il proprio figlio stia crescendo e che assuma sempre più le fattezze di un adulto: ad ogni genitore dispiace constatare che il tenero bimbo si sta trasformando in un uomo. Queste trasformazioni, il più delle volte, si prevedono tumultuose e sarà necessario che la famiglia comprenda la criticità del momento al fine di affrontare al meglio una fase così delicata dello sviluppo, soprattutto psichico, del proprio figlio.

La fragilità genitoriale è  comprensibile, il dialogo che durante l’infanzia sembrava ben instaurato muta radicalmente. Un figlio non sente più l’esigenza di  raccontare la propria giornata, di chiedere consigli, ma si “rinchiude” nel proprio mondo. Il filo conduttore che unisce l’adulto al ragazzo diventa  “difettoso”, non si comunica più, da un lato c’è una continua ossessione a conoscere, dall’altro nessun tipo di interesse a dialogare. Il genitore assume, molto spesso, comportamenti  autoritari, da qui nasce il conflitto.

 Esso, però,  non deve rappresentare qualcosa di assolutamente negativo, infatti potrebbe  facilitare l’espressione della propria individualità. Stabilire una comunicazione empatica è sempre una strategia vincente nella relazione educativa.

A volte l’adulto si pone come giudice assoluto, sentendosi in diritto di giudicare, anche in modo pungente, gli atteggiamenti e le azioni del figlio. Le tensioni che nascono tra adolescente e mamma o papà sono, dunque, frequenti. Quando il livello di conflittualità è molto alto sarà bene che gli adulti imparino a mitigare i sentimenti di collera verso il ragazzo. Questo non vuol dire che il conflitto va abolito, anzi. Occorre, tuttavia, saper gestire questo momento, imparando a calibrare la comunicazione con il proprio figlio.

 Oggi siamo testimoni di un’eclissi del principio di autorità: l’educatore, in generale, non sembra più rappresentare un simbolo sufficientemente autorevole per i giovani.

In senso educativo generale, i genitori devono rendere presenti nella vita dei ragazzi alcune dimensioni dell’emotività, quali la tenerezza, la gioia, la calma, il sentirsi guidati nella scoperta delle cose. L’assenza di tutto ciò porta a relazioni in cui si è incapaci di comprendere l’altro e i suoi sentimenti.

 I ragazzi sono invasi da una moltitudine di stimoli, che sviluppano l’immaginazione, ma diminuiscono la capacità di ascoltarsi e di sentire, e conducono a volte alla povertà emotiva.

 Accade di frequente che alcuni adolescenti vivano momenti di apatia comportamentale e affettiva: si chiudono in se stessi, parlano poco, si rintanano nella loro stanza e limitano le interazioni. Un modo per aiutare un figlio apatico è stabilire un contatto, anche fisico con lui: un abbraccio stretto, una carezza, un bacio può fargli comprendere più di tante parole quanto il proprio padre o madre lo capisca.

Quando la famiglia è fragile e viene meno alla funzione genitoriale, il ragazzo tende ad identificarsi nel gruppo, che diventa un punto di riferimento. Ciò può essere rischioso se a predominare è qualcuno che vuole affermare a tutti i costi la propria personalità.

In famiglia i genitori scaricano le responsabilità: nessuno dei due si fa carico di imporre delle regole, perché non vuole apparire il cattivo della situazione. In questo modo il ragazzo non è in grado di interiorizzare tali regole. E allora succede che l’adolescente costruisca delle proprie regole di comportamento a volte non funzionali ai vari contesti.

Accade pure che l’adolescente maturi atteggiamenti che possono prendere la forma di aggressioni fisiche o verbali. Dietro a questo modo di comunicare violento c’è un silenzioso urlo di aiuto che il ragazzo rivolge alla famiglia, alla scuola, a chi lo circonda nella quotidianità.

La famiglia rimane la più importante e decisiva comunità educante. Per questo  andare contro corrente significa evitare il permissivismo , aprirsi all’ascolto, sussurrare la presenza di Dio in tutti i momenti importanti della vita dei figli.