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Frammenti di bullo

Frammenti di bullo

La testimonianza di un bullo.

In casa mia si è sempre parlato ad alta voce. A volte penso che ci urliamo contro più che conversare, ma ci ho fatto l’abitudine.

Mio padre è sempre nervoso, sembra sia al centro di tutti i guai del mondo: il lavoro, i parenti, i vicini e poi la mamma. C’è sempre qualcosa che non va bene nella mamma secondo lui. Ed io aspetto e spero che lei si ribelli e la odio perché ci ha costretto a vivere nella stessa casa con mio padre, nonostante le sue numerose promesse che prima o poi ci saremmo allontanati da lui.
Ho un padre che detesto e temo, con il brutto vizio di bestemmiare e lanciare le cose contro noi figli. Se fossi un giudice lo condannerei senza appello.
Mi parla sempre di rispetto: la nostra famiglia si deve far rispettare, a scuola fatevi rispettare.
Ho associato fin da piccolo il concetto del rispetto a quello del timore. La gente mi rispetta se mi teme. Se non mi teme ho fallito e non potrò appartenere alla mia famiglia.

Mio padre mi caccerà di casa penso, ed io che farò?

Certo i miei compagni non potrebbero ammirarmi o avere piacere di stare con me: quali qualità ho per essere tenuto in considerazione?
Il rispetto è una idea che mi spinge dentro un tunnel dove non si scorge altra possibilità relazionale.

A scuola invece la mente mi si apre, respira, semplicemente sentendo le cose che dicono i professori, diverse e lontane da quelle della mia famiglia.

Mio padre mi guarda sempre di traverso, meglio non incrociare il suo sguardo penso, magari potrebbe prendersela con me senza motivo. Ho imparato così nel tempo, a parlargli senza guardarlo, né lui me lo chiede.
Non guardo negli occhi neanche le altre persone, non mi va di capire cosa pensano di me. Lo immagino, sarebbero solo intenzioni ostili e di scherno o pregiudizio. No, meglio non sapere. Credo che non solo mio padre ma un po’ tutti mi vogliano male.
Li percepisco gli altri e mi sembra di sentire i loro pensieri minacciosi, tutti così distanti e diffidenti, magari se non mi temessero si metterebbero a ridere di me.
Mi sento tranquillo solo quando sono io ad infastidire, irritare, schernire, molestare, ingiuriare o picchiare.
Al di fuori di questo ruolo sono come un pesce fuor d’acqua, senza respiro e con l’impellenza di bere e stordirmi.
E se non ho alcun motivo per rompere l’anima agli altri lo creo.
Stuzzico, prendo in giro, do calci o schiaffi così senza motivo in attesa che l’altro reagisca per avere una giustificazione a quello che ho fatto.
Temo di essere buttato fuori da scuola nonostante sia una persona che frequenta poco.
Lontano dai miei compagni non sarebbe il massimo, a volte riesco pure a simpatizzare con qualcuno di loro quando siamo da soli.

Se mi guardano gli altri però la musica cambia: non voglio che si scorga debolezza nel mio comportamento.

Mio padre è uno tosto e mi ripete di non farmi fregare. Non ti fare impietosire mammalucco, mi urla. Non credere alla gente che ti vuole solo fregare. Se ti porgono la mano sotto c’è il trucco ricordalo.
In certi momenti gli credo in altri no, mi sento come una barca in balia delle onde, appena mi fido di qualcuno subito lui mi ricorda che devo stare lontano dagli altri.
Come si fa in questo contesto a trovare una direzione di vita rassicurante che non sia l’ostilità preventiva verso tutti?
E così le emozioni schizzano nella mia mente come una pallina da flipper, mi siedo e tengo la testa stretta tra i pugni.
Mi sembra di impazzire e mi mordo a sangue le mani o mi faccio male col coltellino. Se provo dolore la rabbia si placa e ritrovo un po’ di serenità.

Una cosa invidio ai miei compagni di scuola: avere una famiglia che li accoglie, dove non si urla, ma si scherza e si condivide momenti di serenità.
Poter piangere quando ci si sente tristi o addolorati. Poter dire di avere paura senza sentire vacillare il rispetto dei compagni.
Io so che se una mano si avvicina al mio viso è per picchiare, non certo per accarezzare.

Non sopporto essere toccato perché temo il contatto fisico.
E se mi guardano è solo perché ho il naso lungo.
Detesto chi ha il naso lungo, è come se fossi davanti lo specchio.
Non riesco ad avere una ragazza perché mi rifiutano tutte. A volte tiro loro i capelli o le minaccio che se non mi danno un bacio dico a tutti che sono delle poco di buono.

Prof se lei fosse stata mia madre mi avrebbe insegnato a volere bene senza timore, a non aggredire o minacciare per sentirsi considerato.
A non provare costantemente rabbia verso gli altri.
La rabbia che ho contro i miei genitori si riflette su tutti gli altri e così mi capita di pensare che le mie vittime stiano meglio di me.
Voi prof non sapete che nonostante l’apparenza il bullo si sente rassicurato dalla vostra presenza. Se sto vicino a loro non mi succederà niente di male, mi capita di pensare.
Ma finirete per stancarvi di me ed abbandonarmi alle idee di mio padre, a togliere ossigeno alla mia mente con le ripetute sospensioni, a lasciarmi da solo con le mie idee strampalate.

2017-04-19T15:35:23+00:00

About the Author:

“Il giovane in difficoltà è portato ad allontanarsi da chi gli può porgere aiuto ed entrare nel tunnel delle dipendenze”

Presidente dell’Associazione, il Dott. Bruno Pisani gestisce e coordina le attività e lo staff, composto interamente da professionisti che impegnano gran parte del loro tempo allo sviluppo ed alla messa in opera di nuovi strumenti educativi e terapeutici. Laureatosi nel 1984 in medicina e chirurgia presso l’Università degli studi di Messina e specializzatosi successivamente in neurofisiopatologia e neuropsichiatria infantile, è attualmente dirigente medico presso la divisione di Psichiatria del presidio ospedaliero di Vibo Valentia, struttura all’interno della quale opera come dirigente fin dal 1988.

Il Dott. Pisani ha al suo attivo la stesura di numerosi articoli scientifici tra i quali:
“Turbe della conduzione cardiaca in pazienti epilettici in trattamento con carbamazepina” (ed. Rassegna di Medicina interna 1985
“Atassia – Teleangectasia: descrizione di un caso” ed. Società Italiana di Neurologia 1985
“La sindrome di Louis-Bar: considerazioni su un caso” (ed. Acta Neurologica giugno 1986)
“Carbamazepina-viloxazine interazione in pazienti con epilessia” (ed. British Medical Association 1986)
“Pharmacokinetics of the antidepressant drug viloxazine in normal subjects and in epileptic patients receiving chronic anticonvulsant treatment” (ed. Psychopharmacology Sringer-Verlag 1986)
“Flunarizina e farmaci anticonvulzivanti dati preliminari sui livelli plasmatici” (ed. Boletim da Liga Potuguesa Contra a Epilepsia 1986)

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